admaiora@admaioramedia.it

19 feb. 2008 – Ero presente al colloquio-scontro con l’assessore regionale della sanità Dirindin di mercoledì 6 febbraio. E confermo che i toni dell’incontro non sono stati sicuramente sereni. Soprattutto, confermo l’affermazione resa dal massimo rappresentante della Sanità: un’affermazione che ha lasciato attoniti tutti i partecipanti. Come rappresentante dei familiari ho taciuto per alcuni giorni sull’episodio, così come sulle altre affermazioni grame di questa signora di importazione improvvisata, disposta ad ascoltare preoccupazioni e perplessità a patto che si rispettassero modalità e toni da lei indicati in qualità di “padrona di casa”. Solo dopo aver puntualizzato che la “sua” casa era, per la verità, la casa di “tutti i sardi” e quindi dell’intera collettività, ho avuto modo di esternare il mio pensiero, che è poi quello di migliaia di famiglie, toccate giocoforza da una strategia che vuole imporre un’iniqua e inaccettabile “tassa sulla disabilità” e cancellare, con un colpo di spugna, le conquiste di mezzo secolo di impegno civile. La proposta Dirindin, in sostanza, tende ad introdurre il ticket più iniquo che si ricordi a memoria di sardo. E quando - forse con toni accesi - si è tentato di confutare le sue scelte, è scattato quasi un delitto di “lesa maestà”. Perché le sue tesi risultavano «avvalorate» dal conforto consiliare che il Piano «aveva votato e legittimato», mettendo a disposizione dei Sindaci un «corposo rifinanziamento del Fondo Unico per l’assistenza». Il tutto ovviamente a «vantaggio del Bilancio della Sanità», gravato da anni di dissolutezza. A parte il fatto che l’economia derivante da questo processo non raggiungerebbe una percentuale a due cifre della spesa sanitaria regionale, perché la cosiddetta “massa critica” coinvolta (disabili, ex pazienti manicomiali e anziani affetti da patologie degenerative come l’Alzheimer) non rappresenta un “costo” insostenibile per la posta di bilancio sanitario, resta la precisazione dei Sindaci che «non dispongono di risorse adeguate». In questo valzer di numeri, cifre e posizioni resta un solo fatto certo. Con l’applicazione della delibera contestata, si dovrà compartecipare alla spesa con cifre oscillanti tra i 500 e i 1.800 euro mensili (una pensione di invalidità civile non supera i 250) e per di più non si potrà contare su un numero adeguato di operatori, anch’essi ridotti in termini numerici e di profili professionali. Raccogliendo l’invito dell’assessore a non strumentalizzare la situazione, i rappresentanti delle famiglie hanno atteso che sbollisse la rabbia, prima di provare a riportare i toni verso un confronto serio e costruttivo. Confronto che deve partire dall’immediata sospensione della delibera 53/8, come primo atto di disponibilità al dialogo, e prima di entrare nel vortice di dimissioni selvagge o riduzione delle prestazioni che si vorrebbero attuare dal prossimo mese di aprile. Qualche manager ha recentemente affermato che fossero ormai conclusi i «tempi dell’aragosta» o «della nutella». Ma noi vogliamo ancora credere che l’assessore non sia disposto a sposare e condividere le grette affermazioni di questi soggetti, indegni di ricoprire incarichi pubblici. Pertanto ribadiamo l’esigenza di sospensione della delibera e di un formale e pubblico impegno da parte degli enti locali a non applicare quote a carico delle famiglie, come primo atto concreto per risolvere le anomalie del Piano e di poter contare sulla presenza di un medico legale di parte, a tutela di abusi o di incomprensioni con gli organismi di valutazione. Ma aspetto ancor più importante, le famiglie chiedono di essere coinvolte direttamente nei processi di trasformazione e monitoraggio attraverso l’attivazione di un Osservatorio permanente in grado di esprimere pareri vincolanti sui livelli minimi di assistenza del comparto regionale.
Gianfranco Lai - Comitato delle famiglie dei disabili - Cagliari
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APERTIS VERBIS

 I LETTORI SCRIVONO: Comitato famiglie sarde: no alla tassa su disabilità


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19 feb. 2008 – Ero presente al colloquio-scontro con l’assessore regionale della sanità Dirindin di mercoledì 6 febbraio. E confermo che i toni dell’incontro non sono stati sicuramente sereni. Soprattutto, confermo l’affermazione resa dal massimo rappresentante della Sanità: un’affermazione che ha lasciato attoniti tutti i partecipanti. Come rappresentante dei familiari ho taciuto per alcuni giorni sull’episodio, così come sulle altre affermazioni grame di questa signora di importazione improvvisata, disposta ad ascoltare preoccupazioni e perplessità a patto che si rispettassero modalità e toni da lei indicati in qualità di “padrona di casa”. Solo dopo aver puntualizzato che la “sua” casa era, per la verità, la casa di “tutti i sardi” e quindi dell’intera collettività, ho avuto modo di esternare il mio pensiero, che è poi quello di migliaia di famiglie, toccate giocoforza da una strategia che vuole imporre un’iniqua e inaccettabile “tassa sulla disabilità” e cancellare, con un colpo di spugna, le conquiste di mezzo secolo di impegno civile. La proposta Dirindin, in sostanza, tende ad introdurre il ticket più iniquo che si ricordi a memoria di sardo. E quando - forse con toni accesi - si è tentato di confutare le sue scelte, è scattato quasi un delitto di “lesa maestà”. Perché le sue tesi risultavano «avvalorate» dal conforto consiliare che il Piano «aveva votato e legittimato», mettendo a disposizione dei Sindaci un «corposo rifinanziamento del Fondo Unico per l’assistenza». Il tutto ovviamente a «vantaggio del Bilancio della Sanità», gravato da anni di dissolutezza. A parte il fatto che l’economia derivante da questo processo non raggiungerebbe una percentuale a due cifre della spesa sanitaria regionale, perché la cosiddetta “massa critica” coinvolta (disabili, ex pazienti manicomiali e anziani affetti da patologie degenerative come l’Alzheimer) non rappresenta un “costo” insostenibile per la posta di bilancio sanitario, resta la precisazione dei Sindaci che «non dispongono di risorse adeguate». In questo valzer di numeri, cifre e posizioni resta un solo fatto certo. Con l’applicazione della delibera contestata, si dovrà compartecipare alla spesa con cifre oscillanti tra i 500 e i 1.800 euro mensili (una pensione di invalidità civile non supera i 250) e per di più non si potrà contare su un numero adeguato di operatori, anch’essi ridotti in termini numerici e di profili professionali. Raccogliendo l’invito dell’assessore a non strumentalizzare la situazione, i rappresentanti delle famiglie hanno atteso che sbollisse la rabbia, prima di provare a riportare i toni verso un confronto serio e costruttivo. Confronto che deve partire dall’immediata sospensione della delibera 53/8, come primo atto di disponibilità al dialogo, e prima di entrare nel vortice di dimissioni selvagge o riduzione delle prestazioni che si vorrebbero attuare dal prossimo mese di aprile. Qualche manager ha recentemente affermato che fossero ormai conclusi i «tempi dell’aragosta» o «della nutella». Ma noi vogliamo ancora credere che l’assessore non sia disposto a sposare e condividere le grette affermazioni di questi soggetti, indegni di ricoprire incarichi pubblici. Pertanto ribadiamo l’esigenza di sospensione della delibera e di un formale e pubblico impegno da parte degli enti locali a non applicare quote a carico delle famiglie, come primo atto concreto per risolvere le anomalie del Piano e di poter contare sulla presenza di un medico legale di parte, a tutela di abusi o di incomprensioni con gli organismi di valutazione. Ma aspetto ancor più importante, le famiglie chiedono di essere coinvolte direttamente nei processi di trasformazione e monitoraggio attraverso l’attivazione di un Osservatorio permanente in grado di esprimere pareri vincolanti sui livelli minimi di assistenza del comparto regionale.
Gianfranco Lai - Comitato delle famiglie dei disabili - Cagliari
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